Pochi giorni fa ero di turno al Fumoso.
La giornata era fiacca, calma piatta e, mentre Ubaldo consumava a furia di lucidarlo un povero bicchiere, mi misi a sfogliare il quotidiano.
Lo faccio raramente: i racconti della politica di questo paese assomigliano a uno strano meltin -pot tra un film dei Marx Brothers, La Casa dei 1000 corpi e una commedia di de Filippo.
Ma tant’è…passai velocemente le pagine di politica, la cronaca locale, mi soffermai un pò di più sugli esteri e poi un titolo attirò la mia attenzione “I turisti nelle terre selvagge alla ricerca del bus perduto”. Immediatamente la memoria volò a un lontano giorno di primavera.
Erano circa sei mesi che vivevo “on the road” e facevo la cameriera in un motel sulla Interstate 85.
C’era un gruppetto di tre ragazzi, con attrezzatura da hiking, intento a decifrare una cartina dicendo “Sarà passato di qui” e “ No la pista è questa”.
Ero incuriosita da questa riunione di testosterone che cercava di ripercorrere le orme di una figura che, da come ne parlavano, sembrava sempre più affascinante e leggendaria alle mie orecchie. Proprio per curiosità cominciai a versare tazze su tazze di caffè, tentando di captare più informazioni possibili.
Uno dei topografi mi chiese “ Perchè non ti siedi? altrimenti staremo svegli per 3 giorni interi con tutto questo caffè!”
Senza battere ciglio e con sguardo quasi trionfante per aver ottenuto il mio scopo, poggiai il caffè sul tavolo vicino e mi accomodai.
L’eroe leggendario di cui stavano parlando era Alexander Supertramp, all’epoca Chris McCandless, che pochi anni prima era spirato in un bus abbandonato nel Denali National Park in Alaska. I tre ragazzi si chiamavano Bred, Kenny e Andy, frequentavano la Emory University, la stessa di Chris, e avevano deciso di raggiungere lo stompede trail proprio come il loro eroe. Erano ben atrezzati, diversamente da Chris, ma, come lui, assolutamente incoscenti.
Avevo letto il libro di Krakauer l’anno prima e dunque mi misi a parlare con loro dell’avventura di Chris.
I grandi spazi dell’ovest hanno sempre affascinato, dalla lontana conquista dei coloni alle fughe di adolescenti e figli dei fiori, e – anche se non fu la ragione principale – aveva contagiato anche me.
Non c’è nulla di apparentemente razionale nella scelta di Chris McCandless: perchè lasciare una ottima carriera universitaria, 24.000 dollari di risparmi e partire verso una meta apparentemente irraggiungibile? Sicuramente c’era un animo inquieto, testardo, sognatore, un animo che ha abitato in molti di noi per alcuni momenti della vita.
Di certo Chris McCandless rimane una figura controversa: per molti è un giovane scellerato che ha deciso di andare in contro alla morte, per altri è un nuovo eroe romantico . Certo è che lasciare la società capitalistica con i suoi ritmi affannati, con l’incapacità di comunicare se non attraverso un social network, la paura dei rapporti personali, l’idea di lasciare questo baraccone globalizzato alla ricerca di un rapporto più intimo, profondo con la Natura e se stessi non mi sembra così irrazionale.
E Chris non è stato il primo, nè l’ultimo a fare questa scelta…forse è stato più sfortunato di altri, forse più incoscente..
Ricordo di averne parlato con Cyrano una sera al Fumoso. Non era convinto della versione hollywoodiana di Sean Penn, ma mentre parlavo con lui di Chris e ricordavo i grandi cieli aperti, sentii l’odore dei pini nelle narici e vidi una piccola casa di legno nel bosco, un cane accovacciato sullo stuoino all’entrata. Sentii il nitrito di un giovane puledro provenire dalla stalla, ed io accovacciata tra le sue braccia, mentre sorseggia il suo torbato preferito.
Arrossii e mi persi nei grandi spazi degli occhi di Cyrano.
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